Ma quanto piove in Heavy Rain?

Sto giocando da qualche sera a Heavy Rain, l’ultima fatica di David De Gruttola, che è poi David Cage, lo stesso che diede vita al controverso Fahrenheit.
E la cosa divertente è che mi sta piacendo, nonostante i suoi difetti, e nonostante sia il gioco “meno provato ma più commentato” di Outcast.

Heavy Rain non è un mostro a livello estetico e rischia di andare un po’ “stretto” a chi si aspetta un’esperienza un filo libera, ma ha avuto il pregio di essere riuscito a farmi appassionare alle vicende di Ethan, Madison e compagnia cantante nel giro di 20 minuti scarsi.

Nella fiera dello stereotipo, tutto è al posto giusto e funziona. Bonazza compresa.

Sono arrivato più  o meno a metà dell’intera faccenda e di momenti brutti ne ricordo solo uno, che corrisponde però con l’inizio dell’avventura. Già, non ho ben digerito il dovermi lavare i denti agitando il pad manco fossi un rimbambito qualsiasi, né mi ha fatto impazzire l’apparecchiare la tavola per moglie e figli che, visto che il gioco comincia così, non sono altro che una manciata di pixel.
Però, dal “drama” in avanti, complice anche la mia buona dose di ignoranza cinematografica, la storia mi ha catturato: piace, funziona e scivola via che è un piacere, anche se l’impressione è che diverse cose verranno chiuse in maniera frettolosa. Ma è solo un’impressione, quindi non ho ancora il diritto di lamentarmi.

Di idee interessanti, Heavy Rain ne ha diverse, a partire dall’interazione con l’ambiente dei protagonisti per arrivare al modo in cui, fino a ora, ha nascosto i bivi narrativi. La scelta di creare un gigantesco laser game che lascia anche una pia illusione di libertà d’azione è, a mio modo di vedere, vincente. Certo, uno deve arrivarci preparato e capire che non si farà niente di diverso da quello che è stato pensato dalla combriccola di Cage, ma in quest’ottica tutto è al posto giusto. E nella storia non c’è un solo personaggio che manchi: c’è il detective disilluso, il tizio confuso, la figacciona, il poliziotto cattivo, il comandante che ha bisogno di un colpevole, il detective buono… insomma, davvero, non manca niente.

Ora devo solo capire chi è davvero l’assassino dell’Origami: considerando che Cage non è proprio uno frizzante quando c’è da raccontare qualcosa, il fatto che ti faccia pensare per tutto il tempo che il colpevole è quello non può far altro che portarti a pensare che il cattivo sarà il solito maggiordomo. Solo che qui di maggiordomi non ce ne sono.

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ToSo

Appassionato di videogiochi da quando è nato, il ToSo suole divertirsi con Photoshop, Word, Excel, sparatutto, action adventure e titoli sportivi: l’importante è che non sia necessario spostarsi dal divano. Nel tempo libero realizza le più belle sigle del mondo, quelle per Outcast. Si dice non abbia mai tirato un sasso dal cavalcavia, né fatto stragi dal vivo, armato di shotgun.

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