La strana storia di Alan Wake e del più brutto maglione del mondo

Nei pressi di San Felice, nella sede italiana di Microsoft, ho avuto modo di assistere a una nuova presentazione di Alan Wake, uno dei titoli più attesi dell’intero anno.
Lì, in quel posto che è tutto molto “seven & trisicsti”, ha fatto la sua comparsa uno dei più brutti maglioni che io abbia mai visto nella mia intera vita. Grazie a Dio, a un certo punto qualcuno ha pensato bene di abbassare le luci. In quel preciso istante, l’oscurità si è pappata serena il buffo pullover di Ascari.

Non era proprio questo. Ma era brutto uguale.

Sì, lo hanno presentato come Ascari. Come il pilota e come la curva a lui dedicata, a Monza.
Il maglione, che sembra davvero un incidente, avvalora la tesi. Ascari però si scrive Oskari, quindi non è possibile dare la colpa a una staccata troppo azzardata, o a un bullone che esce dalla sua sede. Tuttavia, Oskari fa anche Hakkinen di cognome (?), e la solita teoria del maglione brutto come un incidente torna di gran moda. Oskari Hakkinen, o più semplicemente “maglione brutto che cammina”, è l’Head of Franchise Development di Alan Wake, e si accompagna con Tim Lonnqvist, Level designer del titolo Remedy e con il sempreverde Andrea Giolito, uomo Xbox in Italia da ennemila anni, che ha cancellato con un pratico gesto della mano l’embargo che ci avrebbe impedito di coprire l’evento qui e qui.

Luce, proiettili e strutture da far saltare.

Ma cosa è Alan Wake? Semplice: è uno psychological action thriller! Più semplicemente, un action adventure in terza persona dove le luci giocano un ruolo fondamentale. Ma Alan Wake è anche e soprattutto un autore di Best Seller, la cui moglie decide di scomparire un bel due anni prima degli eventi narrati nel gioco, lasciando il nostro eroe solo soletto, con un bel blocco dello scrittore tutto da affrontare. Qui prende la parola il nostro osceno maglione, pardon Oskari, che si trasforma in farfalla grazie a una bella voce, una conoscenza perfetta di ciò di cui parla e un modo di raccontare le cose veramente appassionante. È lui, il pilota mancato, a portarci per mano nell’universo di Alan Wake, e lo fa mostrandoci delle scene giocate, che mettono sul piatto un motore solido e fluido in ogni situazione, dove non può mancare il Bullet Time, marchio di fabbrica di Remedy dai tempi del primo Max Payne. Le sezioni mostrate si collocano all’inizio e a metà gioco circa. La prima, ambientata in un Diner americano qualsiasi, è lenta, compassata, “investigativa”, e dà modo di toccare con mano le molteplici possibilità di interazione che l’ambiente in cui si muove lo scrittore mette a disposizione. Niente di sconvolgente, ma tutto sembra solido: l’impressione è che il gioco offra molti spunti narrativi da approfondire a piacimento ascoltando le conversazioni degli NPC che popolano le location. Tuttavia, dire che sarà così il 21 maggio, o che sarà veramente interessante farlo, è un po’ farla fuori dal vaso in questo momento.

C'è una modalità Focus, che si attiva con L3 e mostra le aree dove sta per succedere qualcosa.

Buio, la voce di Mika (Hakkinen, ricordate?) continua ad accompagnarci verso la prossima variante. Nel mentre, parte un Previously on Alan Wake da applausi, che è stato usato troppo poco nei videogiochi e fa tanto Lost.
Si solleva il sipario sulla seconda scena, ambientata nei pressi di un Bosco Atro de noantri. Alan ha il compito di raggiungere due soci, per capire che sta succedendo. Io, però, non ci ho ancora capito un tubo, quindi decido di affidarmi nuovamente alla calda voce guida, che mi porta nei paraggi di un tizio addobbato con mille luci di natale.

“Hai presente l’aglio con i vampiri? Ecco, funziona uguale”.

Tolta l'intro, scattosa, il resto è fluido da far paura.

Già, i nemici in Alan Wake sono particolarmente sensibili alla luce, sia che arrivi da una lampadina, da un faro, da un flare o dalla nostra torcia, che si mangia più pile dei mille coniglietti impegnati nelle corse della Duracell. Il meccanismo è semplice: si stordiscono gli avversari con la luce (flashbang, torce, flare, fari) e si finiscono a colpi di arma da fuoco. Sfizioso il fatto che quella che usa il protagonista è anche la prima torcia che si ricarica da accesa: mamma dei conigli, sei in ascolto? Forse no, ma a me interessava che il sistema di illuminazione dinamica fosse ben gestito. Ed è ben gestito: hanno fatto un lavoretto con i fiocchi.
Nonostante le dichiarazioni iniziali, che volevano Alan Wake come un titolo non follemente incentrato sulla parte action, la seconda sezione mette nel calderone un tot di combattimenti che nemmeno in Mortal Kombat.
I nemici si avvicinano in “branco”, numerosi, ma gli attacchi sono portati da un personaggio per volta, come in Prince of Persia e in Assassin’s Creed. L’impressione è però diversa e si ha davvero la sensazione di essere accerchiati: sembra che ci si diverta parecchio, insomma. E tutto è reso ancora più spettacolare dalla presenza delle malbattezzate “finishing move”, rappresentate da inquadrature che sottolineano l’eliminazione dell’ultimo nemico in giro per l’area.

Nemici venuti dal buio. Voglio una Duracell!

Dovendo riassumere Alan Wake in 500 caratteri, potrei dire che l’incipit ricorda Mucchio d’Ossa (il romanzo di King), la questione dei nemici che si amareggiano con la luce è presa di peso da Alone in the Dark 4, la struttura a episodi (che funziona, e pure bene, con tanto di Previously on Alan Wake) dall’ultimo Alone in the Dark e la nebbia che infesta Bright Falls è di Silent Hill. Alan Wake, sotto il profilo delle novità, non ha niente di sconvolgente da offrire, ma pare avere tutto al posto giusto, lo giuro sui giochi di Zzave. Ora non resta che aspettare di spararsi la versione finale, sospendendo la raccolta di informazioni per evitare che qualche pistola mi rovini la trama del mio prossimo “innamoramento videoludico”.

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ToSo

Appassionato di videogiochi da quando è nato, il ToSo suole divertirsi con Photoshop, Word, Excel, sparatutto, action adventure e titoli sportivi: l’importante è che non sia necessario spostarsi dal divano. Nel tempo libero realizza le più belle sigle del mondo, quelle per Outcast. Si dice non abbia mai tirato un sasso dal cavalcavia, né fatto stragi dal vivo, armato di shotgun.

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