Dragon Age: Origins

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Dragon Age: Origins è un gioco di ruolo per certi versi abbastanza classico, benché non sia basato su alcun tipo di regolamento esistente (niente D20 system, insomma). Il nostro personaggio guadagna esperienza uccidendo mostri e completando le missioni principali e secondarie proposte nel corso dell’avventura e può usare i punti ottenuti a ogni avanzamento di livello per sbloccare delle abilità base e specifiche della classe selezionata. È inoltre possibile recuperare, parlando con alcuni NPC o investendo considerevoli somme dai mercanti, dei costosissimi tomi che rendono possibili delle “carriere” ben definite per ogni classe. Ci sono, infine, altre abilità, solitamente riservate ai personaggi che ci accompagnano, che vengono sbloccate in seguito a particolari azioni, o perché si è riusciti nel difficile intento di accaparrarsi le simpatie di qualcuno in particolare.Dragon01

Il viaggio per le terre disegnate da BioWare comincia con la creazione del personaggio, o meglio con la scelta della storia iniziale da seguire. Ce ne sono sei diverse, ognuna con un punto d’ingresso unico nel mondo di DAO. Quale che sia la scelta iniziale, il futuro di ogni personaggio è comunque segnato: il Flagello incombe e i prole oscura stanno mettendo a ferro e fuoco quello che, negli ultimi quattro secoli, è stato un mondo tranquillo e in pace con se stesso. L’unica speranza per il Ferelden è rappresentata dall’unione dei popoli che lo abitano, popoli molto distanti tra loro sia geograficamente sia politicamente. Il compito di riunirli tutti sotto un unico vessillo tocca ai Custodi Grigi, un ordine di cui entrerete presto a far parte.

Ognuna delle avventure proposte comincia facendoci controllare unicamente il nostro alter ego. Già dopo un’oretta scarsa di gioco, fondamentale per prendere dimestichezza con i comandi, è possibile farsi accompagnare da altri personaggi. Qui si rende subito necessaria una precisazione: probabilmente non basterà un’unica avventura per vedere quello che il gioco ha da offrire nella sua interezza, perché tutto – o molto, per essere più onesti – dipenderà dalle scelte che farete. Ci saranno quindi alleati che non incrocerete mai, altri che abbandoneranno il gruppo, altri ancora che vi attaccheranno in seguito a qualche vostra azione. Il party può essere composto da un massimo di quattro membri, tre se si esclude il vostro avatar che, per logiche ragioni, non può essere lasciato a casa. La scelta di chi vi accompagnerà può essere fatta solo in determinati momenti, come durante una sosta a un accampamento o alla fine di particolari tronconi narrativi. La gestione del gruppo è buona, tanto durante le fasi di esplorazione quanto in combattimento.

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DIFFICILE O FRUSTRANTE?
Dragon Age: Origins può essere affrontato a tre differenti livelli di difficoltà, che si sposano con lo stile e la dimestichezza al genere di chi si cimenta nella battaglia contro il Flagello. Questa scelta non influenza solo la resistenza dei nemici, ma introduce anche il concetto di fuoco amico, che costringe a studiare davvero a fondo gli incantesimi dei nostri maghi o i colpi di chi vive la battaglia nel caos della prima linea, giusto per evitare di arrostire qualcuno del gruppo con una palla di fuoco. Fin qui, tutto nella norma. I problemi sorgono quando si va ad analizzare come cresce la sfida proposta e si scopre che la “curva” non è né morbida né omogenea. Giocando a livello normale, gli scontri sono generalmente impegnativi ma svariate battaglie si trasformano in veri e propri incubi senza che ce ne sia la reale necessità

SCEGLIERE DI VIVERE UNA BELLA STORIA
La trama, in un GdR qualsiasi, è sempre il cardine sul quale ruota tutto il resto: senza una buona storia da raccontare, un’avventura non ha semplicemente senso di esistere. Sotto questo punto di vista, non posso far altro che calare il cappello di fronte al lavoro svolto da BioWare: quanto viene raccontato in DAO lascia veramente senza fiato e i dialoghi che ascolterete nelle fasi salienti riescono a trasmettere emozioni concrete, palpabili. Le stesse scelte che si è chiamati a compiere, inoltre, sono ben nascoste e difficilmente vi capiterà di intuire chiaramente i bivi narrativi pensati dai programmatori. Il non permettere di tornare indietro è, a mio avviso, uno dei punti forti di DAO, e dona al tutto quell’aria da “ogni lasciata è persa”. Per questo motivo, diventa inutile mettersi a fare calcoli sulle risposte da dare o sulle azioni da compiere: lasciate che sia il vostro io a scegliere e ne ricaverete un’esperienza totale, sotto ogni punto di vista.
L’unico difetto che può essere ascritto alla trama riguarda alcune piccole sviste qua e là che rischiano di inficiare una coerenza narrativa invece molto solida in tutto il resto del gioco: si tratta di casi isolati, che non pregiudicano comunque la bontà di una storia tutta da scoprire, che saprà sorprendervi con risvolti quasi sempre inattesi ma perfettamente plausibili.

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IMPARA L’ARTE E METTILA DA PARTE
Sotto il profilo tecnico, il titolo di BioWare è un insieme di luci e ombre. Il mondo di gioco, afflitto da un persistente fenomeno di pop up negli spazi aperti, rischia infatti di sembrare moderatamente spoglio, anche se ben caratterizzato. Questo, in parole povere, significa che entrando in una qualsivoglia stanza sarete subito in grado di capire a che serve, ma il mobilio, oltre a ripetersi di città in città, di location in location, non sarà mai numeroso. Eppure, Dragon Age: Origins è uno dei titoli più belli da “fotografare” che mi sia mai stato dato modo di giocare. Il merito è da ascrivere a personaggi ben realizzati, che possono contare su un discreto numero di ottime animazioni, e a effetti speciali convincenti da qualsiasi punto li si guardi. Se a questo aggiungiamo schizzi di sangue a profusione e alcuni momenti in cui l’azione viene rallentata per farci assaporare l’uccisione di un nemico particolarmente coriaceo, capirete che avrete davvero troppe cose da guardare e su cui sbavare per lamentarvi dell’assenza di un comodino o delle pareti di un dungeon simili a quelle di un altro posto già visitato.

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Trovi questo articolo, in versione estesa e completa, su The Games Machine – Numero 254, in edicola dal 18 novembre.

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ToSo

Appassionato di videogiochi da quando è nato, il ToSo suole divertirsi con Photoshop, Word, Excel, sparatutto, action adventure e titoli sportivi: l’importante è che non sia necessario spostarsi dal divano. Nel tempo libero realizza le più belle sigle del mondo, quelle per Outcast. Si dice non abbia mai tirato un sasso dal cavalcavia, né fatto stragi dal vivo, armato di shotgun.

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