Alice: Madness Returns. Boiata o bel giochino di American McGee?

La modalità isteria si attiva quando si è lì lì per tirare le cuoia. Ed è sgravo come poche.

Aspettavo Alice: Madness Returns per un semplice motivo: capire definitivamente se American McGee è un genio o semplicemente un abbaione che sta giusto un pelo sotto a Peter Molyneux come rapporto tra promesse fatte/disattese.
Dopo una buona manciata di ore di gioco non so ancora darmi una risposta secca, perché il ritorno di Alice mette sul piatto cose buone e cose meno buone, idee interessanti e spunti che lo sono meno. Ogni volta che ho messo giù il pad, però, ho sempre avuto la sensazione di essermi divertito. E questo è un plus. Come quello di Google, per capirci, di cui parla qui il “noto blogger Mattia Ravanelli” (cit.).

Alice è un po’ più grandicella dell’ultima volta che l’avevamo incontrata, ed è quasi alla frutta. L’ambiente in cui si muove, nella realtà, è opprimente, cupo, sporco. Ma non è a Londra che si passa la maggior parte del tempo e il primo “salto”, quello che ci riporta nel Paese delle Meraviglie, è lì, a un passo. Dopo aver scoperto che forse, ma dico forse, è stata Alice ad aver ammazzato l’intera famiglia con un incendio, un reato probabilmente caduto in prescrizione come quelli di Calciopoli, si aprono le danze, o si usano gli acidi, per essere più sinceri. Perché Wonderland è un concentrato di colori strani, avvolgenti, affascinanti. Robbabbuona, direbbe qualcuno.
 
Gli scontri con i nemici sono divertenti. Più divertenti che uscire con Ivan Conte, per esempio.

Il titolo di Electronic Arts è un action adventure in terza persona, ma se qualcuno volesse chiamarlo “platform”, non si leverebbero i cori di protesta. Madness Returns propone un concentrato di salti, saltini e saltelli su un sacco di piattaforme sparse per i cinque mondi di gioco, inframezzato da sezioni in cui si ammazzano singolari creature un po’ tutte uguali e si recuperano i molti collectibles sparsi per l’area di gioco. Tra i collezionabili trovano posto delle bottiglie, inutili ai fini della trama ma ottime per gli achievement, dei ricordi (divisi in famiglie) che hanno lo scopo di raccontarci un po’ più a fondo la storia di Alice, e dei denti, valida moneta di scambio per ottenere potenziamenti per le armi fuori di testa che ci porteremo appresso e che, in più di un’occasione, andranno impiegate per risolvere semplici puzzle o per continuare nell’esplorazione.
 
Sì, il macinapepe esiste. E fa pure un male porco.

Nonostante uno schema di gioco poco incline al cambiamento, è difficile annoiarsi in Madness Returns. Oh, non è la roba da “fine ti monto”, però l’esplorazione ha un suo perché, gli scontri sono tosti e saltellare di piattaforma – su PC – è davvero figo.
Su console, invece, la questione è differente, e alcuni balzi sono un vero e proprio incubo da portare a termine. Il motivo? Semplice, manca un’ombra degna di tale nome che aiuti il giocatore a capire dove si trova nello spazio. E se uno pensa che sia una cosa da poco, non ha davvero provato a sgranare un paio di rosari per completare alcune sequenze…

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E la VideoReview che ho fatto per GamesVillage.it non la vogliamo linkare? Ovvio che sì. Il testo era di Alberto Falchi, l’adattamento di Ivan Conte. Il montaggio e il voice over, invece, sono i miei.

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ToSo

Appassionato di videogiochi da quando è nato, il ToSo suole divertirsi con Photoshop, Word, Excel, sparatutto, action adventure e titoli sportivi: l’importante è che non sia necessario spostarsi dal divano. Nel tempo libero realizza le più belle sigle del mondo, quelle per Outcast. Si dice non abbia mai tirato un sasso dal cavalcavia, né fatto stragi dal vivo, armato di shotgun.